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  • Categoria: Recensioni
  • Scritto da Klaus Bundy

Drake - Views (recensione #1)

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Valutazione attuale: 4 / 5

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Negli ultimi anni, la cosiddetta “questione morale”, in ambito hip-hop, è stata sollevata innumerevoli volte: da una parte, c’è chi si schiera strenuamente in difesa del filone classico, denunciando con vigore una perdita generale di valori, riflessa alla perfezione nella musica di questi tempi; dall’altra, invece, c’è chi spinge per una rivoluzione stilistica, nel nome di un non meglio specificato “bisogno di cambiamento”, che in fondo vuole soltanto giustificare un introito maggiore per le major discografiche.

Se accettiamo il postulato che il rap costituisce la piattaforma ideale per la propaganda culturale afroamericana, allora è necessario trascinare sul banco degli imputati tutti coloro che, meschinamente, stanno utilizzando questa nobile arte come un semplice veicolo per raggiungere le masse più eterogenee e distaccate, a cui nulla interessa della salvaguardia del patrimonio artistico di matrice nera, ma che vanno ad ingrassare le vendite, per la gioia dei burattinai.

In questo senso, la Cash Money del già discutibile Birdman e la Young Money di Lil Wayne hanno fatto del mercato hip-hop di quest’ultima decina d’anni un puro e semplice feudo, spremendolo e sfruttandolo in tutte le sue forme e potenzialità, nel vergognoso segno di quel dio denaro che troneggia nel nome stesso delle loro label.

Drake è il perfetto risultato di questo controproducente trend, confezionato e dato in pasto alle masse nelle vesti del nuovo “messia dell’hip-hop”, quando in realtà, sotto la pirotecnica e sfavillante superficie, si cela soltanto lo scheletro di un ragazzo che, in una situazione normale, si sarebbe visto costretto a continuare la sua carriera d’attore in telefilm per adolescenti.

Il nuovo disco del canadese, “Views”, conferma quanto la scoperta di Wayne ci ha mostrato fin dall’inizio della sua carriera: le basi sono impersonali, fredde, minimaliste e per nulla in grado di “parlare” all’ascoltatore, del tutto monche di quella speciale qualità che fa del beatmaking un’arte a sé stante; le liriche, poi, mancano di un ritmo lineare, si srotolano su un flow da scuola dell’infanzia e si confondono troppo stesso con un cantato che nemmeno lontanamente può paragonarsi alla rispettabile tradizione R’n’B, privo di pathos ed impregnato di spudorati aggiustamenti computerizzati.

Nel suo complesso, l’album procede fino all’ultima delle venti tracce senza alcun picco emozionale, incentrato in maniera esasperata sulla riproposizione della stessa formula di fattura pop e chiaramente dedicato alle orecchie di chi frequenta la movida dei club, non certo a quelle di chi si fa il segno della croce passando davanti al 1520 di Sedgwick Avenue e tiene l’”Autobiografia di Malcolm X” sul comodino della camera da letto.

Gli unici “segnali di vita”, se così possiamo definirli, li ritroviamo in “Weston Road Flows” e nella title track, “Views”, accomunate da rappate accettabili e musiche finalmente convincenti, forse frutto di un inaspettato esame di coscienza da parte dell’autore. Un po’ pochino, comunque.

A fronte di quanto detto, quindi, è bene che tutti noi ci guardassimo allo specchio e ci facessimo una sola domanda: che cosa desideriamo per la cultura hip-hop?

Il problema non è “Views”, ma il sistema che gli ruota attorno: se è vero che l’hip-hop, nell’era di Internet e della globalizzazione, dev’essere in grado di raggiungere gli angoli più remoti del globo, è anche vero che esso non deve necessariamente essere accessibile a tutti. Quello che gente come Drake sta cercando di fare è speziare il rap al punto di cambiargli il sapore, la struttura vitale, trasformandolo in un boccone ibrido che possa far leccare i baffi anche a coloro che non hanno nessun tipo di legame con il movimento messo in musica da DJ Kool Herc.

E l’unico fine, mettiamocelo bene in testa, non è la ricerca della poliedricità artistica, bensì il mero guadagno economico, privo di alcuna onestà alla base.

La verità è che sta crescendo una generazione di giovani che non trova sani punti di riferimento sul mercato mainstream ed è troppo impreparata per destreggiarsi nell’intricata giungla del circuito underground; si tratta di un grattacapo concreto, sul quale tutti noi siamo chiamati a riflettere, poiché la vita e la morte di una cultura – non dimentichiamolo - dipende proprio dalla qualità espressiva dei suoi megafoni.

Inutile rimpiangere i tempi di Rakim e degli N.W.A: quei tempi non torneranno e chi scrive non sta certo invocando un’involuzione storica; il corpo di quanto esposto fino ad ora riguarda la salvaguardia di alcuni accorgimenti, che vanno a braccetto con tradizione e folklore, che dischi come “Views” ignorano ed insultano deliberatamente.

Non avremo ottenuto alcun successo se il mondo imparerà ad apprezzare l’hip-hop per qualcosa che non è, così come non potremo mai urlare di gioia per il semplice sopraggiungere di un “nuovo corso”: smettiamo di credere che ogni cambiamento sia un buon cambiamento, ma impariamo a selezionare quanto ci viene proposto e a rifiutare con indignazione l’intollerabile.

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

Drake - Views (recensione #1) - 3.9 su 5 basato su 8 reviews