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  • Categoria: Back In The Dayz
  • Scritto da Klaus Bundy

L'importanza della memoria

Knowledge_rap

Quando si pensa all’hip-hop, la prima immagine che si presenta nell’immaginario collettivo è (o dovrebbe essere) il pugno levato verso il cielo delle Pantere Nere, a ricordarci che il movimento è legato a doppio filo ad una cultura che assorbe in sé un immenso bagaglio storico, da difendere e preservare, pur non disdegnando il suo processo evolutivo.

Questa stessa rubrica, in fondo, non si pone altro scopo al di fuori della divulgazione di quei princìpi di cui tutti dovremmo farci carico (coadiuvato dalle citazioni storiche), nell’esatto momento in cui realizziamo che l’hip-hop è il nostro inderogabile marchio di appartenenza.

Molto si è scritto riguardo all’importanza di percepire l’hip-hop come un’entità astratta, al limite del mistico, che ci pervade e ci instilla un furore dalle tinte particolarmente accese, portandoci al punto di modificare ogni aspetto della nostra vita quotidiana.

Può sembrare bigotto e sbagliato credere che chi scelga di ascoltare la musica rap come un qualsiasi altro genere commetta un grave errore, ma l’arte musicale – come tutte le forme d’arte, d’altronde – può essere compresa e goduta a fondo soltanto se orecchio e cuore si trovano sul medesimo binario.

Sia chiaro, questo discorso vale per ogni campo artistico: che si tratti di un semplice pezzo di musica pop piuttosto che di una tela di Rembrandt, ognuno di noi è chiamato ad elaborare tutto ciò che stimola i propri sensi, essendo la decodificazione dell’ignoto la prima forma di apprendimento (e probabilmente la più efficace) di cui un essere vivente dispone per elevarsi spiritualmente.

Nel caso specifico dell’hip-hop, la perdita di coscienza comune sta progressivamente danneggiando quella che dovrebbe essere la sua immagine corretta ed ideale, portando un numero sempre crescente di persone a credere che si tratti di un fenomeno molto più semplice e superficiale di quanto, in realtà, sia: basti pensare alle risposte che potremmo ricevere fermando un ragazzo qualunque per strada e chiedendogli “cosa ne pensi dell’hip-hop?” per renderci conto di come, ormai a piena velocità nel ventunesimo secolo, stiamo perdendo l’occasione di fare di questo movimento un faro che va oltre la semplice orecchiabilità di una canzone; se il nostro impegno fosse davvero rivolto al proselitismo e all’insegnamento di chi non conosce, potremmo orgogliosamente sventolare il nostro stendardo, fieri di essere discepoli e primi rappresentanti di una creatura popolare in grado davvero di cambiare il mondo.

Per fare questo, tuttavia, è necessario conoscere.

Ricercare le radici della cultura hip-hop non significa rintanarsi nel passato; al contrario, un approfondito studio della storia può soltanto farci realizzare quanto sia fondamentale l’azione diretta di ognuno di noi, nel nome di quei valori che, oggigiorno, sono diventati parte di un linguaggio universale.

E’ innegabile che l’hip-hop porti in grembo la travagliata storia degli africani d’America, costellata da grandi sconfitte, sogni infranti ed altrettante vittorie; il baricentro, però, non deve essere posto sugli equilibri politici e sociali che hanno dato forma al pensiero che oggi conosciamo, bensì sull’indole di coloro che hanno creato le condizioni perché questo stesso pensiero si diffondesse oltre i confini del Nuovo Mondo, votata al rovesciamento del (dis)ordine precostituito e all’annullamento di ogni forma d’ingiustizia sociale.

Nel 2016, nonostante tutto, ogni popolo della terra deve combattere contro qualcosa o qualcuno, ed è in questo senso che l’hip-hop può dare il suo contributo alla creazione di un ambiente più sano per tutti, spingendo le menti più illuminate a rimboccarsi le maniche e a combattere per il bene comune.

L’hip-hop, infatti, nella sua declinazione politica, non vuole davvero dare delle risposte: il proposito è quello di sollevare un problema, far emergere le deformazioni economiche e sociali, dar voce ai sommersi e spingere chiunque sia armato di intelligenza e buoni propositi a fare qualcosa; che si tratti di una tirannica dittatura nell’africa subsahariana o dell’uccisione di un giovane innocente da parte di un poliziotto, è un preciso dovere dei proseliti dell’hip-hop porre l’accento su ogni minimo disagio, essere diretti e dissacranti quanto serve, e non perdere di vista il filo conduttore.

Anche per quanto riguarda la musica stessa, la direzione resta immutata: la storia segue sempre un percorso ben preciso e coerente (tra i rent parties dell’epoca jazzistica degli anni ’20 ed i block parties del Bronx degli anni ‘70 la differenza è nulla), motivo per cui dobbiamo far sì che il passaggio di consegne tra la nostra generazione e quella prossima non sia traumatico: il rap disimpegnato è interessante fino ad un certo punto, ma non dimentichiamo mai che il contenuto ha la priorità.

La forza delle parole, sia attraverso un articolo come questo che attraverso le strofe di una canzone, è sterminata, ed è nostro preciso compito affinare la nostra intelligenza affinché quest’arma non venga mai taciuta. Benché meno utilizzata a sproposito.

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

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