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  • Categoria: Back In The Dayz
  • Scritto da Klaus Bundy

28 anni di "Eazy-Duz-It": quando il gangsta rap aprì le porte al cartoonesco

Eazy_E

Per quanto vittima di un’errata revisione cinematografica nel recente film “Straight Outta Compton”, uscito lo scorso anno, la figura di Eazy-E sarà sempre associata con reverenza a quella che fu l’età d’oro del gangsta rap californiano.

Il 22 novembre di ventotto anni fa, poco dopo la pubblicazione dell’album che consegnò immediatamente alla storia i suoi N.W.A, Eazy pubblicò su etichetta Ruthless l’iconico “Eazy-Duz-It”, da molti considerato una sorta di sequel del disco di debutto della crew di Compton, nel quale l’ex spacciatore associato ai Crips di Kelly Park mette in mostra le sue doti soliste, con risultati più che soddisfacenti.

Se “Straight Outta Compton” aveva spaventato l’America per le sue invettive violente, oltraggiose e – soprattutto – autentiche, “Eazy-Duz-It” sembra voler seguire una direzione parallela e al contempo differente, carica del solito atteggiamento scellerato e privo di vergogna tipico dell’underworld losangelino, ma anche ricca di riferimenti da stand-up comedy, palesemente ispirati allo humor nero e sboccato di un’icona della comicità afroamericana quale fu Richard Pryor, padre e fonte d’ispirazione per tutti i grandi comici di colore dagli anni ’70 in poi.

Il disco, snobbato dalle emittenti radiofoniche e ancor più dai network televisivi a tema per via della solita litania plebiscitaria della società borghese e pettinata a stelle e strisce, ha conosciuto un successo presso la comunità underground che ha davvero pochi precedenti nella storia della musica contemporanea; è oltremodo incredibile pensare che un prodotto orfano della più elementare promozione mediatica sia riuscito a restare per novanta settimane nella Billboard 200, raggiungendo lo status di Doppio Platino in meno di quattro anni e piazzando in classifica tutti i singoli estratti (“Eazy-Duz-It”, “Eazy-Er Said Than Dunn” e “We Want Eazy”).

E stiamo parlando, lo ripetiamo, di un successo venuto dal basso, senza la fondamentale spinta delle grandi major discografiche e ostacolato addirittura da personaggi di spicco della politica americana dell’epoca, a riprova del fatto che la volontà popolare è in grado di sovrastare ogni ordine precostituito: il nucleo inscindibile del pensiero sociale hip-hop, dopotutto.

Per quanto riguarda i contenuti, dicevamo, “Eazy-Duz-It” segue la linea tracciata da “Straight Outta Compton”, ma portando il clownesco all’interno di un contesto a tinte brune: Eazy-E, nelle cartoonesche vesti di criminale dalle caratteristiche fisiche tutt’altro che intimidatorie, s’incensa senza riserve, trasformandosi in uno spavaldo antieroe del ghetto, privo di morale, fiero dell’etichetta affibbiatagli dai suoi detrattori e le cui parole sono colme di un’esasperata ricerca della sproporzione, fino al grottesco.

Tuttavia, chi crede che le parolacce e le scene abiette evocate da Eazy-E abbraccino un tipo di anarchia fine a se stessa, si sbaglia di grosso: come già perpetrato in seno al progetto N.W.A, Eazy sta solo cercando di mostrare, senza censure, con quale tipo di mentalità stiano crescendo i giovani nella dimenticata Compton, dove lo Stato non è riuscito (e non ha voluto) arrivare, portando sul palcoscenico una storia autentica, probabilmente la sua, di sicuro credibile per via di un’immedesimazione che le arti recitative, da sole, non possono insegnare.

Non è un caso, d’altronde, che i testi per questo disco furono scritti da Ice Cube, MC Ren e The D.O.C., forse i tre migliori cantastorie che la West Coast abbia mai conosciuto, degne controparti dei più capaci MC della costa opposta, patrimonio di una tradizione artistica che, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, ha dato un lustro virtualmente irripetibile alla terra bagnata dal Pacifico.

Quando celebriamo una ricorrenza, ci chiediamo spesso che cosa possiamo imparare da essa, perché questa non diventi soltanto uno sterile appunto cronologico; nel caso di “Eazy-Duz-It”, accettata l’irripetibilità del suo autore, ci piacerebbe almeno che le nuove generazioni, accecate dagli scadenti esempi offerti dalla scena attuale, possano passare un po’ di tempo a studiare i cosiddetti “classici”, imparare ad amarli e rispettarli, finché la linea di demarcazione tra giusto e sbagliato comparirà da sola, senza che alcun presunto luminare debba indicare loro la via meno infamante.

 

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

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