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  • Categoria: Back In The Dayz
  • Scritto da Klaus Bundy

1997-2017: 20 anni effettivi di epoca bling-bling

Jewels

Nonostante il termine non sia stato propriamente coniato dai Cash Money Millionaires, sono circa vent’anni che il termine bling-bling ha varcato i confini della dialettica, diventando un vero e proprio marchio di fabbrica stilistico, che ha influenzato l’ultima generazione di cultori del rap e sembra essersi (in parte) archiviato solo negli ultimissimi anni.

Il bling-bling - facilmente comprensibile, poiché onomatopeico – fa parte dello slang che caratterizza la cultura hip-hop per definizione, un modo semplice e diretto per descrivere il culto dell’appariscenza che, fin dagli albori, ha stimolato il ben noto spirito di prevaricazione sul prossimo di ogni buon MC che si rispetti.

L’hip-hop, d’altro canto, è competizione animalesca, e quale modo migliore d’intimidire l’avversario, se non attraverso lo sfoggio dei propri averi materiali, meglio ancora se questi sono gioielli di valore inestimabile? Per non parlare, poi, della rivalsa sociale, quella che fa sognare ogni afroamericano in difficoltà nella terra di Benjamin Franklin di riscattarsi e poter assumere quindi un tenore di vita prospero, lontano dalla miseria in cui la popolazione nera si è ritrovata a lottare sin dalla fine dell’era schiavista.

Il primo rapper a portare il concetto di bling-bling ad un livello popolare è stato senz’altro Slick Rick, il cui amore per l’oro è stato fin dagli esordi un suo chiaro simbolo distintivo, esasperando quello che i Run-D.M.C. (con le loro già non sobrie catene annodate) avevano portato all’attenzione del grande pubblico internazionale con il loro successo senza precedenti.

Tuttavia, fu 3rd Eye, autore - insieme a Super Cat, un esordiente The Notorious B.I.G. e Puff Daddy - del remix della famosa “Dolly My Baby” (1993), a pronunciare per la prima volta il termine (“Bling, bling! Who’s that with Supercat?”), nella stessa traccia in cui l’allora giovane promessa di Bedford Stuyvesant esordiva con una frase che sarebbe passata alla storia: “I love it when you call me Big Poppa!

Il mito del denaro (che, in fin dei conti, va di pari passo con quello dei preziosi) ha conosciuto un relativo disinteresse fino alla prima metà degli anni ’90, quando la Bad Boy Entertainment del già citato Puff Daddy prima e la Death Row Records di Suge Knight poi misero in chiaro quanto il ritorno economico fosse indice di prestigio, accantonando quelle forti tinte politiche che i testi avevano assunto fino alla fine del decennio precedente, nel momento in cui l’hardcore ad Est ed il gangsta rap ad Ovest segnarono una relativa fine all’impegno sociale dei rapper più rispettati.

Dopo la morte di The Notorious B.I.G. e Tupac, i quali gettarono decisamente le basi affinché la ricchezza si trasformasse da semplice necessità di sopravvivenza in vera e propria ingordigia (esemplari “Life After Death” e “All Eyez on Me”, ma anche “Conspiracy” dei Junior M.A.F.I.A., datato 1995), il campo si spianò finalmente per il fiorire definitivo di quella che oggi potremmo riassumere come la “corrente edonista”, incoraggiata dall’instancabile lavoro di Puff Daddy, il quale – pur con Biggie ormai nella bara – continuò a farsi precursore di questo questionabile modo di vivere, attraverso i dischi della famiglia Bad Boy e i memorabili videoclip futuristici, nei quali i protagonisti non mancavano di ostentare davanti alla telecamera i loro preziosissimi diamanti.

Infine, con l’arrivo sulla scena di Lil Wayne e dei suoi Hot Boyz (1999), fu chiaro che il trend bling-bling era diventato ormai un’attitudine destinata a raccogliere un enorme numero di proseliti, e da allora i rapper non avrebbero fatto altro che coprirsi delle chincaglierie più vistose pur d’impressionare e far parlare del proprio prestigio.

Il declino di questo corso – se di vero declino si può parlare – è arrivato durante i primi dieci anni del nuovo millennio, quando il rivoluzionario Kanye West, già portatore di una scuola di pensiero musicale mille miglia distante da quella vigente all’epoca del suo esordio come rapper, propose un modo alternativo di concepire il lusso, ritornando all’attenzione verso l’abbigliamento (non più magliette Karl Kani e Fubu taglia XXL, ma pregiati cardigan di Louis Vuitton e Ralph Lauren), con conseguente disinteresse verso l’eccesso, la cafonaggine e la spacconeria riassunte proprio nelle abnormi catene in oro e argento (che poi questo elenco di difetti sia rimasto inalterato nell’atteggiamento, è un altro discorso).

Nel 2017, mentre raccontiamo di una corrente che, bene o male, ha marchiato i propri tratti caratteristici a fuoco nella storia dell’hip-hop, dobbiamo scontrarci con una crisi di valori che non passa più attraverso la mera apparenza, ma proprio attraverso i contenuti, con artisti che non sanno più cosa dire e che si affidano alle sentenze dell’estratto conto (ormai sinonimo di “oracolo”) per definire il proprio peso culturale; in realtà, come ogni cervello pensante può immaginare, la verità è diversa, ed è motivo di rammarico rendersi conto che, per quanto (almeno a livello visivo) lo sfoggio di diamanti sia tornato entro i limiti della sobrietà (fatta eccezione per alcuni, implacabili artisti, soprattutto del Sud, ancora aggrappati all’eredità lasciata dalla Cash Money), la stragrande maggioranza degli artisti cosiddetti mainstream soffre un vuoto addirittura maggiore rispetto ai tempi in cui il termine bling-bling viveva la sua primavera, una constatazione che ci porta a teorizzare una naturale consequenzialità storica, motivo per cui dovremmo riflettere sugli strascichi lasciati da ogni moda, temporanea e non, al fine di preservare l’integrità del movimento che tanto amiamo.

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

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