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  • Categoria: Back In The Dayz
  • Scritto da Klaus Bundy

La posizione dei bianchi nella comunità hip-hop

BeastieBoys_

Per quanto l’hip-hop continui ad essere connotato come un movimento culturale afroamericano, la globalizzazione e la pluralità di etnie esistenti negli stessi Stati Uniti d’America hanno fatto sì che questa etichetta sia oggi considerata abbastanza obsoleta ed incorretta.

Nonostante oggi i bianchi siano più o meno accolti a braccia aperte all’interno del movimento, comunque, è fondamentale ricordare che l’ospitalità offerta dalla fazione afroamericana non deve essere confusa per concessione di appropriazione; secoli di sciagurato schiavismo e leggi segregazioniste non sono stati dimenticati dai discendenti degli oppressi, e ancora oggi molti non vedono di buon occhio la ribalta dei principali artisti rap caucasici della scena. La loro diffidenza è comprensibile, ed è per questo che il rispetto del popolo bianco diventa ancor più rilevante nell’approccio spirituale alla cultura, confermando alle menti più superficiali quanto l’hip-hop sia intrecciato alla storia che ne ha dato i natali.

L’ingresso dell’uomo bianco nel tempio, tuttavia, non è storia recente.

Quando il movimento hip-hop cominciò a muovere i primi passi tra le desolate strade del Bronx, la credibilità dei primi esponenti venne appoggiata e rafforzata con vigore dalla corrente punk, che negli anni ’70 del secolo scorso stava assistendo alla controversa gloria dell’inebriante avvento – in terra europea – degli irriverenti Sex Pistols.

Questo articolo non vuole certo affermare che, senza il punk, oggi non vedremmo i videoclip di 50 Cent su MTV: la mirabolante scalata sociale dell’hip-hop ha visto nei suoi rivoluzionari guru il più importante e decisivo contributo per lo sdoganamento prima nazionale e poi mondiale degli usi e dei costumi, ed il loro ruolo non dovrà mai essere messo in discussione; in ogni caso, fatta questa premessa, è bene mettere in luce quanto di buono fatto dal punk, una realtà suburbana notoriamente aperta e molto più complessa di quanto la maggior parte dell’opinione pubblica creda.

All’uscita di “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols”, il mondo della musica (e, più in generale, tutto l’universo artistico) assistette ad una rivoluzione senza precedenti: era la prima volta, infatti, che una scuola nuova, venuta dal basso ed ostacolata in tutti i modi della società benpensante riusciva a fare breccia nei principali mezzi di comunicazione, con il risultato di mettere in allarme il moralismo dell’autorità.

Ciò di cui Johnny Rotten e Sid Vicious volevano farsi portatori non era un particolare pensiero politico; questi ragazzi, poco più che ventenni, avevano un totale disinteresse verso l’ordine costituito (vedi “Anarchy in the U.K.”), preferendo ad esso lo sdoganamento dell’onesta intellettuale, per quanto essa fosse sporca e motivo di vergogna. Proprio come il pensiero fondante dell’hip-hop.

Non è un caso che il fenomeno punk esplose in Gran Bretagna: come ai tempi di Oscar Wilde, la società inglese degli ultimi anni ’70 viveva in una sorta di limbo vittoriano, dove il discontento giovanile era ignorato e mascherato dall’alta società civile, come una spruzzata di profumo su una fogna a cielo aperto. Woodstock, anche se il solito revisionismo avrebbe poi cercato di farlo passare per un evento soverchiante, non aveva lasciato nulla di buono ai suoi speranzosi discepoli, e la parentesi hyppie si era archiviata unicamente come un brulicare di adolescenti ignoranti e privi di un reale pensiero che facesse da piedistallo per una dottrina.

Il punk era una violenta reazione a tutto questo: un giovanotto brufoloso e privo di reale talento musicale come Sid Vicious si presentava come figura di esasperazione dell’aborto causato da Woodstock, vantandosi di quell’ignoranza sulla quale i figli dei fiori avevano sperato di stendere un velo. I Sex Pistols non credevano in un mondo migliore, privo di guerre e libero da vizi; al contrario, si crogiolavano nell’immondizia, nel puzzo delle più infami abitudini umane, facendo in modo che il muro dell’ipocrisia fosse abbattuto una volta per tutte.

Il rock ‘n’ roll del decennio precedente, che tanto aveva fatto dannare i genitori dei piccoli fans di Elvis Presley, era una provocazione fine a sé stessa, ed i suoi adepti non si sarebbero mai trasformati in pericolosi leader, ma il punk era un’altra cosa.

Nello stesso momento in cui i punk stavano cominciando a moltiplicarsi nel Nuovo Mondo, lo sviluppo dell’hip-hop come filosofia era prettamente embrionale. Il fatto di trovarsi entrambe agli stadi iniziali di diffusione ha permesso ad ambedue le culture di appoggiarsi l’una all’altra, con il risultato di stringere un solido gemellaggio, ancora oggi rispettato ed orgogliosamente mostrato (almeno dai più anziani).

Un palese caso di quanto descritto è dato dall’avvento dei Beastie Boys: formatisi come band punk-rock, sarebbero diventati delle leggende della musica rap, attraverso alcuni album (“Licensed to Ill”, “Paul’s Boutique”, “Check Your Head”) che ancora oggi sono considerati come pilastri del genere.

E’ grazie al punk, dunque, che possiamo giustificare la convincente entrata dei bianchi nella cultura hip-hop, ma – come ampiamente detto prima – è indispensabile non dimenticare come tutto è iniziato.

E’ anche vero che molti uomini dalla pelle pallida hanno cercato di sfruttare spudoratamente il movimento di cui trattiamo, ed è per colpa di queste sanguisughe - discografici senza scrupoli, uomini di vario potere, finti artisti - che gli afroamericani non hanno del tutto perso la diffidenza già acquisita ai tempi delle leggi Jim Crow; quando l’hip-hop e la sua musica sono diventati fenomeni su larga scala, si è reso necessario veicolare la commercializzazione dei prodotti attraverso l’industria del grande giro, cioè quella manovrata da caucasici (dalle origini molto spesso ebraiche, tra l’altro), per non parlare dei “mostri da laboratorio”, creati ad hoc dalle etichette per fare soldi a palate (fortunatamente in pochi si ricordano di Vanilla Ice).

In ogni caso, la presenza dei bianchi – quando libera da dietrologie ed abusi - è probabilmente la più convincente espressione di fratellanza predicata dall’hip-hop, ed è compito di tutti far sì che le cose continuino ad andare in questa direzione.

Anche perché c’è una certa aura di romanticismo nel sapere che, nella lista dei suoi album preferiti di sempre, Kurt Cobain aveva incluso “It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back” dei Public Enemy…

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

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