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  • Categoria: Back In The Dayz
  • Scritto da Klaus Bundy

Le 10 migliori collaborazioni nella storia del rap

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PREMESSA

Per una cultura che affonda le proprie radici nello spirito d’aggregazione, la collaborazione nella musica rap rappresenta quanto mai una filosofia, più che un semplice dettaglio stilistico. L’arte del featuring non dev’essere confusa con la banale casualità: se è vero che la sinergia tra artisti non può essere immediatamente traducibile in un successo assicurato, è necessario però sottolineare quanto l’affinità mentale e le stesse motivazioni possano trasformare un duetto senza troppe pretese in un pezzo destinato a fare la storia. L’intento dell’articolo odierno della nostra rubrica, quindi, è quello di tirare un po’ le somme e valutare, senza peccare di presunzione, quali siano state le dieci più geniali collaborazioni tra artisti nell’ultima trentina d’anni, ponendo l’accento sui quei prodotti che, presi singolarmente, sono stati in grado di stravolgere non solo le classifiche di mezzo mondo, ma anche il modo d’intendere la cultura hip-hop presso il grande pubblico. Il compromesso tra valutazione stilistica e storica, quindi, subentra prepotentemente nella lista che andremo ad esporre, ricordando sempre chiaramente che la validità estetica di un brano, presa singolarmente, non basta e non basterà mai a determinarne l’immortalità, se questa non è coadiuvata da radicate ragioni sociali ed immersa in un ben preciso periodo storico.


LA LISTA

1. Run-D.M.C. feat. Steven Tyler: “Walk This Way” (1986)

Pubblicato originariamente dagli Aerosmith nel lontano 1975, il brano è solitamente ricordato per il “remake” del gruppo della Def Jam, qui indubbiamente al massimo del suo splendore. “Walk This Way” rappresenta molto più di un accattivante singolo per le anime scalmanate: si tratta del primo lampante esempio di rap rock, attraverso il quale viene sancita la parentela tra i due generi (il rap ed il rock, appunto), così lontani all’apparenza ma così vicini nella genesi e nell’impegno extra-musicale. Un punto fermo nell’arte del XX secolo.

2. Dr. Dre feat. Snoop Doggy Dogg: “Nuthin’ but a ‘G’ Thang” (1992)

Conosciuta per essere stata l’apripista per lo straordinario successo dell’album “The Chronic” ed il secondo battesimo dell’allora esordiente Snoop Dogg (il primo fu su “Deep Cover”, poco tempo prima), “Nuthin’ but a ‘G’ Thang” si può considerare la sintesi di quanto più vero si respirava in California nei primissimi anni ’90: il totale splendore del G-Funk, l’inizio di una nuova era, ma anche l’amara consapevolezza di combattere ancora con i fantasmi del decennio precedente, nel nome della violenza di strada e dell’autorità corrotta. Un inno all’anarchia, senza pensare troppo al domani.

3. Warren G feat. Nate Dogg: “Regulate” (1994)

Se doveste capitarvi di recarvi in California, vi rendereste conto dell’enorme eredità lasciata da questo pezzo, forse anche superiore al titolo proposto poc’anzi. “Regulate” segue fedelmente il filone G-Funk benedetto da Dr. Dre, ma non si limita a ricalcarne i contorni, bensì esplora territori prima ignoti, grazie all’unione tra un discepolo puro (nonché parente) del Dottore e l’inimitabile, leggendario e compianto Nate Dogg, la cui forza narrativa si esprime su registri vocali che ancora nessuno, nonostante la tecnologia a cui siamo ormai abituati, è riuscito a replicare fedelmente. La sublimazione del concetto di storytelling.

4. Jay-Z feat. The Notorious B.I.G.: “Brooklyn’s Finest” (1996)

Quando due dei migliori artisti partoriti a Brooklyn s’incontrano, non è il caso di fare sofisticate considerazioni: si alza il volume dello stereo e si sta ad ascoltare. “Brooklyn’s Finest” - pubblicata sull’album di debutto di Hov, l’acclamatissimo “Reasonable Doubt” - sembra più un contest vecchia scuola, che un duetto tra compaesani: Jay e Biggie si danno letteralmente battaglia al microfono, come se uno cercasse d’impressionare l’altro, regalandoci una serrata sequenza di rime incredibili, qualcosa di estremamente prezioso per tutti gli amanti del liricismo. Se la East Coast non avesse avuto questi due mostri, la storia sarebbe stata completamente diversa, e di questo ne sono tutti consapevoli. NY non smetterà mai di ringraziarli.

5. Dr. Dre feat. Eminem: “Forgot About Dre” (1999)

“Forgot About Dre” è universalmente conosciuta per il verso di Eminem, all’epoca il nome più caldo della scena rap mondiale ed in procinto di reggere il pianeta nel palmo della sua mano con l’eterno “The Marshall Mathers LP”. In realtà, l’importanza che ricopre questo pezzo va oltre la semplice presenza nel pezzo del biondo ragazzo di Detroit: si tratta, in realtà, del momento esatto in cui la comunità hip-hop è tornata ad accettare l’uomo bianco tra i suoi protagonisti, dopo che la farsa portata in scena da Vanilla Ice, una decina d’anni prima, aveva distrutto in partenza la credibilità di ogni ragazzo caucasico che volesse mettersi a fare della musica nera. Con un talento a dir poco marziano e l'approvazione di un pioniere come l’ex membro degli N.W.A, “Forgot About Dre” è stato l’autentico trampolino di lancio per una carriera che ha rivoluzionato il modo di pensare di un’intera cultura.

6. Craig Mack feat. The Notorious B.I.G., Rampage, LL Cool J, Busta Rhymes: “Flava in Ya Ear (Remix)” (1994)

Di fronte all’imponenza di questa canzone, la triste favola della carriera di Craig Mack può anche passare in secondo piano: anche se, di lì a poco, Mack sarebbe caduto nel completo dimenticatoio (come avrebbe potuto distogliere l’attenzione del pubblico da “Ready to Die”?), questo suo singolo rimarrà nella storia per essere stato uno dei simboli della cosiddetta “East Coast Reinassance”, cioè quel periodo storico - che copre in pratica tutto l’anno 1994 - in cui la costa atlantica riuscì letteralmente a “rinascere”, appunto, dopo che l’Ovest, dagli N.W.A fino a Doggystyle, aveva monopolizzato il mercato del rap. “Project: Funk da World” non sarà forse mai considerato valido quanto “Illmatic” ed il già citato album di debutto di Biggie, ma nessun critico che si possa definire tale potrà mai ignorare che, tra questi monumentali dischi, anche il vecchio Craig Mack abbia dato il suo onorevole contributo. Un altro dettaglio al quale New York deve dire grazie.

7. 2Pac feat. Dr. Dre: “California Love” (1996)

Intervistato alla vigilia dell’uscita di “All Eyez On Me”, Tupac definì l’album “un inno alla vita”. In effetti, ascoltando “California Love”, si ha esattamente quel tipo d’impressione: il tormento dell’anima per un futuro incerto non cessa di esistere (“out on bail, fresh outta jail, California dreamin’!”), ma nel cuore dell’autore è davvero troppa la gioia della libertà per essere contenuta. Se le rime di un personaggio come Tupac incontrano il suono devastante della produzione di Dr. Dre, il risultato non può che essere un successo. L’unico peccato, però, è che queste rime e questo suono, per diversi motivi, si siano incontrati soltanto in un paio di occasioni. Quante altre “California Love” il mondo avrebbe potuto sentire?

8. The Notorious B.I.G. feat. Bone Thugz-n-Harmony: “Notorious Thugs” (1997)

La peculiarità di “Notorious Thugs”, oltre all’incontro di figure diametralmente e geograficamente opposte, è l’incredibile primo verso cantato da Biggie: conosciuto principalmente per il suo flow complesso ma rilassato, il re di Bedford-Stuyvesant dà sfoggio di una rapidità d’esecuzione inedita, dando prova ai suoi detrattori d’essere in grado di destreggiarsi con disinvoltura su ritmi a lui inconsueti, facendo una figura davvero nobile di fronte ai velocissimi Bone Thugz. Un inno al gangsta rap, arrivato quasi al capolinea del suo splendore.

9. Nas feat. AZ: “Life’s a Bitch” (1994)

“Illmatic” è universalmente riconosciuto come uno dei migliori (se non il migliore, addirittura) dischi hip-hop di tutti i tempi, e tantissimo inchiostro è stato dedicato all’analisi viscerale di ogni sua traccia, mettendo sostanzialmente tutti d’accordo riguardo al suo ruolo fondamentale nell’hip-hop degli anni ’90. “Life’s a Bitch” è l’unica collaborazione presente nella tracklist, e non poteva che essere in linea con la gloria espressa in tutti gli altri pezzi che compongono il prodotto: il secondo verso di AZ è oggi riconosciuto come uno dei migliori di sempre, tanto da mettere quasi in ombra l’eccellente caratura della performance di Nas, che qui chiamò anche il padre Olu Dara per suonare la cornetta, udibile negli ultimi secondi della canzone. Una perfezione grammaticale da riportare in ogni manuale sull’argomento.

10. Jay-Z feat. Eminem: “Renegade” (2001)

Alcuni sostengono che Eminem abbia sovrastato tecnicamente Jay-Z nell’esecuzione del proprio testo, ma non sarebbe giusto intendere la natura di questa collaborazione in chiave competitiva: a differenza di “Brooklyn’s Finest”, che si presentava al pubblico sotto le vesti di una “guerra” per stabilire l’interprete più dotato, “Renegade” nasce dalla semplice voglia di regalare ai posteri qualcosa da ricordare, cioè il massimo che la scena dell’epoca potesse offrire: da una parte, lo straordinario talento dell’ex ragazzino sfigato di Detroit, diventato ormai una stella riconosciuta in tutti gli angoli del globo; dall’altra, il veterano per eccellenza, che ha combattuto il pericolo di diventare “vecchio” grazie alla sua capacità di trasformazione, che lo avrebbe visto, già allora ma ancor più negli anni successivi, prendere le sembianze di un’autentica macchina da soldi, che lo avrebbe presto trasformato in uno dei più ricchi magnati dell’hip-hop. Lusso allo stato puro.

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

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