facebook  twitter  instagram hiphoprec  google +  vimeo  YouTube  rss

Menu
  • Categoria: Back In The Dayz
  • Scritto da Klaus Bundy

20 anni di ''The Don Killuminati: The 7 Day Theory'', il canto del cigno di Tupac

Tupac1

Il 5 novembre 1996, mentre il trambusto per la recente morte di Tupac Shakur scuoteva ancora le prime pagine dei quotidiani e costringeva alla riflessione fans e critici, i negozi di musica presentarono al pubblico “The Don Killuminati: The 7 Day Theory”, l’ultimo disco del poliedrico artista di East Harlem, tanto discusso quanto la misteriosa (e mai davvero accettata) dipartita del suo autore.

The 7 Day Theory” è decisamente l’album più oscuro tra quelli prodotti in vita da Tupac: mentre “2Pacalypse Now” e “Strictly 4 My N.I.G.G.A.Z…” si erano concentrati su temi politici, “Me Against the World” aveva mostrato i meandri più deprimenti della psiche di Tupac e “All Eyez on Me” aveva celebrato il suo ritorno alla vita dopo il periodo di detenzione per stupro, quest’opera è rimasta nella storia della musica contemporanea per il suo criptico significato, a metà strada tra l’estasi metafisica e la violenza più cinica ed effimera.

Inizialmente pensato come una sorta di banco di prova per un lavoro più complesso (che, per ovvi motivi, non avrebbe mai visto la luce), “The Don Killuminati” fu stampato incompleto, soltanto un paio di mesi dopo la sparatoria che avrebbe ucciso Shakur, risultato di un impegno al quale il figlio di Afeni si era dedicato in maniera assolutamente febbrile nell’arco di una sola settimana (poiché ansioso di slegarsi dal contratto che lo legava alla Death Row Records), agli storici Can-Am Studios di Tarzana (Los Angeles), tra il 1° ed il 7 agosto di quel fatidico ‘96.

Il risultato è un rigurgito d’Inferno dantesco, un sentiero sdrucciolo e debolmente illuminato che l’ascoltatore è costretto a percorrere in un’atmosfera di costante pericolo ed incertezza, tormentato da quegli stessi demoni che finirono per ingoiare Tupac, vittima di una tragedia greca conclusasi semplicemente troppo presto.

Assunto definitivamente lo pseudonimo di Makaveli (in onore di Niccolò Machiavelli, il cui famoso trattato politico, “Il Principe”, fu tra le letture più apprezzate dal giovane durante la detenzione) ed ormai intrappolato nel suo ruolo di poeta maledetto, Shakur lascia su nastro ogni più intima riflessione, senza risparmiarsi, al punto da far sembrare ogni traccia un testamento artistico, forse fin troppo consapevole di aver pigiato eccessivamente sull’acceleratore; in effetti, dal giorno del suo approdo in seno alla Death Row di Suge Knight, Tupac si era lasciato coinvolgere in quel sinistro ambiente - fatto di criminali in giacca e cravatta, Bloods e Crips – che credeva di conoscere come le sue tasche, ma nelle cui dinamiche non avrebbe mai dovuto aver la curiosità di entrare.

Shakur era di certo un combattente nato, aveva abbracciato l’attivismo con la stessa enfasi con la quale urlava le sue taglienti rime al microfono, e credeva fermamente che la nascita di una società sana avrebbe dovuto passare attraverso la riabilitazione degli ultimi, quei “thugs” ai quali sarebbe bastata soltanto un’occasione per staccarsi da dosso l’etichetta di “rifiuto”; tuttavia, il rapper ignorava che la strada verso il riscatto civile della sua gente avrebbe mostrato forti resistenze, tanto forti da mettere a repentaglio la sua stessa esistenza, come già era accaduto nel novembre 1994, quando cinque colpi di pistola lo colpirono nell’atrio dei Quad Recording Studios di New York.

Sanguigno com’era, Tupac non era il tipo da rispettare in tutto e per tutto lo “street code”, il codice della strada, quello che imponeva il silenzio tombale di fronte a qualsiasi evenienza; era nato per urlare la propria verità, far sapere al mondo ciò che sapeva e pensava, ed è per questo che la vita che si era scelto non tardò oltre il quarto di secolo a presentargli il salatissimo conto.

Un esempio lampante della sua esasperata loquacità è contenuta nella dodicesima traccia di “The 7 Day Theory”, “Against All Odds”, nella quale, senza alcun pelo sulla lingua, Tupac annuncia al mondo i nomi di chi cercò di farlo fuori nel ’94, palesando inoltre quello del mandante ed il ruolo di ogni attore nella vicenda:

I heard he was light skinned, stocky with a haitian accent
Jewelry, fast cars and he's known for flashing
Listen while I take you back and lace this rap
A real live tale, about a snitch named Haitian Jack
Knew he was working for the feds, same crime different trail
Niggas picture what he said, and did I mention
Promised a payback, Jimmy Henchmen, in due time
I knew you bitch niggaz was listening, the world is mine

Anche le ingiurie verso The Notorious B.I.G. e tutto il camp della Bad Boy, già ampiamente snocciolate all’epoca di “All Eyez on Me”, non mancano nelle canzoni che compongono la tracklist di questo disco: Biggie rimane il bersaglio numero uno, additato come simbolo dell’amico che tradisce l’affetto fraterno e si vende per il vil denaro, diventando quindi un rivale da eliminare a tutti i costi, al centro di un’ossessione che in Tupac non si placherà fino alla fine. Sotto questo punto di vista, è interessante notare il modo in cui Shakur, rispetto alle precedenti invettive, si presti stavolta ad argomentare in maniera più completa la natura della sua rabbia, facendo sapere al pubblico – come abbiamo spiegato poc’anzi – che la partecipazione di Smalls e Puff Daddy al suo attentato fu più che altro un concorso, e che le vere menti dietro la vicenda furono altre.

Allo stesso tempo, comunque, l’artista fattosi guerriero individua nuovi avversari, ognuno di essi colpevole di aver commesso un torto imperdonabile e meritevoli della più cruda delle vendette: Jay-Z, per la sua vicinanza a Biggie, sarà una delle ultime vittime a cadere sotto le sue rime, insieme a Nas, macchiatosi della classica colpa – vecchio cliché in ambito hip-hop – di aver “rubato” il suo stile (e con il quale, tuttavia, ci fu una riconciliazione in extremis), i Mobb Deep (rei di averlo insultato durante un concerto mentre lui si trovava in carcere) e Dr. Dre, che lasciò la label losangelina nella primavera del ’96 – stufo della gestione simil-mafiosa di Suge Knight - per mettersi in proprio e fondare la Afermath Entertainment, che qualche anno più tardi avrebbe sfornato i talenti, tra gli altri, di Eminem, 50 Cent e The Game.

Di fronte a questo quadro a tinte losche, in ogni caso, non mancano le punte di profondità spirituale che hanno fatto di Tupac l’autore romantico ed introspettivo che oggi celebriamo con tanto rispetto: un grande esempio ne è “Krazy”, brillante riflessione sull’inesorabile scorrere del tempo, la splendida “To Live and Die in L.A.”, un’autentica dichiarazione d’amore per la città di Los Angeles, che lo aveva adottato, mentre “White Man’z World” e “Hold Ya Head” segnano un po’ un ritorno alle radici per il nostro, che rispolvera le tematiche della protesta e della lotta per un domani migliore, argomenti che sembravano esser stati moderatamente accantonati in favore del materialismo spudorato espresso in “All Eyez on Me”.

E’ impossibile svincolare “The 7 Day Theory” dal contesto in cui fu concepito, ma sarebbe altrettanto errato considerarlo un’opera datata: dopo vent’anni, questo disco suona ancora attuale, impresso a fuoco nella memoria dei cultori e materia di studio per chiunque voglia avvicinarsi sia alla musica rap che al personaggio di Tupac Shakur, artista irripetibile che ha saputo varcare i confini dell’intrattenimento per smuovere le coscienze di chiunque volesse ascoltarlo.

Tantissimo si è speculato sul significato subliminale dell’album, in un intreccio di numeri, date e parole dalla dubbia interpretazione che, in realtà, nulla aggiunge ma tanto toglie al messaggio ultimo che Tupac ha voluto lasciare ai posteri; la sua drammatica scomparsa, inaspettata per i fans quanto attesa da chi allora faceva parte della cerchia ristretta del rapper, ha senz'altro contribuito a far entrare l’uomo e le sue fatiche nel mito, ma ha anche dato adito alle ben note e fantasiose congetture che puntualmente investono gli idoli estinti: come Elvis Presley, Jim Morrison e Bob Marley, anche Tupac è ormai ufficialmente entrato a far parte del club degli immortali, fantomaticamente sfuggito ad una vita di dolore per una pace che, a ben vedere, il ragazzo non avrebbe neanche mai davvero voluto.

The Don Killuminati: The 7 Day Theory”, quindi, continuerà contemporaneamente a dividere ed unire il pubblico, ma si spera soprattutto che le generazioni future non smetteranno di tributarlo come merita.

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

tu cosa ne pensi?

Log In

Log in with Facebook

Password dimenticata? / Nome utente dimenticato?