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  • Categoria: Back In The Dayz
  • Scritto da Klaus Bundy

Che fine ha fatto l'hardcore?

RUN_DMC

How about some hardcore?!”, gridavano a squarciagola gli M.O.P. nella loro omonima hit del 1994, anno in cui il duo del Brownsville si consacrò a livello nazionale come una delle entità maggiormente rispettata dalle strade.

Da allora, tantissima acqua è passata sotto il grande mulino della musica rap, finché la spavalda ostentazione dell’attitudine “hardcore non è scemata, restando oggi soltanto nei ricordi di chi ha amato quegli anni di aggressiva energia. 

E’ difficile definire l’hardcore una branca a sé dell’hip-hop, poiché esso è stato prima di tutto un modo di porsi, quello che ha accompagnato la cultura fuori dalla sua fase “festosa” per introdurla nell’arena della cruda realtà urbana, quella che avrebbe spinto i rapper – dalla seconda metà degli anni ’80 – a scrivere testi attinenti alla vita di strada, facendo presto dimenticare le spensierate filastrocche alla Busy Bee.

I Run-D.M.C. furono probabilmente i primi a concepire questa idea rivoluzionaria di fare musica rap, accostando quindi alla loro immagine da “superstaruna grinta pungente che protagonisti precedenti di livello, come Grandmaster Flash - pur socialmente consapevoli -, non avevano esibito di fronte al loro pubblico.

Essere hardcore significava conoscere le dinamiche delle strade, se non addirittura viverle, proponendo un portamento da maschio alpha, virile fin quasi al maschilismo, con testi che non cercavano soluzioni per gli atroci quadretti che presentavano, ma si limitavano alla già fondamentale responsabilità della narrazione.

Le produzioni che reggevano le rime variavano nella fattura: potevano essere ricercate (come nello stile della Bomb Squad) oppure grezze e minimaliste (vedi il lavoro di RZA sull’album di debutto del Wu-Tang Clan), ma erano accomunate da un senso di potenza che ben si prestava a prendere per mano la voce oltraggiosa del rapper di turno.

Sul finire degli anni ’80, l’hardcore avrebbe mostrato la sua maggiore capacità espressiva, nel momento in cui la rabbia dei reietti fu accostata allo spirito d’iniziativa popolare, dando così vita a quello che oggi conosciamo come “political rap”: KRS-One dei Boogie Down Productions e Chuck D dei Public Enemy furono senz’altro i capostipiti di questo complesso filone, che sorse in un periodo storico in cui l’America nera stava probabilmente conoscendo il suo punto più basso dagli anni ’60, tra soprusi da parte della polizia, razzismo, crimine fuori controllo e la famigerata “crack epidemic”, che causò decine di migliaia di morti anche presso la comunità bianca. 

Più o meno nello stesso periodo, con il palesarsi ad Ovest di pesi massimi quali gli N.W.A, il genere hardcore divenne presto sinonimo di gangsta rap, poiché entrambi accomunati dall’oscuro bisogno di disobbedienza e legati a doppio filo alla criminalità che imperversava su entrambe le coste.

Uno dei pionieri, al sole della California, fu certamente Ice-T, ma non si può non citare l’impatto che ebbe Schoolly D sulla nascita della corrente che consegnò gli N.W.A ai libri di storia, seppur quest’ultimo fosse nativo di Phadelphia e lontano anni luce dalle capacità commerciali di Eazy-E e compagni.

Sulla costa atlantica, nel frattempo, l’hardcore puro non era morto e sepolto, tutt’altro: mentre Los Angeles aveva ormai superato la tempra sprigionata da “Straight Outta Compton” e si era gettata a capofitto nell’esperienza G-Funk del nuovo decennio (passo generazionale orchestrato e condotto magistralmente dal genio di Dr. Dre), album come il già citato “Enter the Wu-Tang (36 Chambers)”, ma soprattutto “Ready to Die” di The Notorious B.I.G. (“so you wanna be hardcore?” cantava Biggie nella prima strofa di “Machine Gun Funk”) furono capaci di donare nuovo lustro alla categoria, ma non furono i soli: nella Grande Mela, i chiassosi Onyx si erano presentati (sotto l’occhio vigile di Jam Master Jay) con gli iconici “Bacdafucup” (1993) e “All We Got Iz Us” (1995), gli M.O.P. di Lil’ Fame e Billy Danze avrebbero continuato a proclamare il loro amore per il puzzo delle strade da “To the Death” (1994) in avanti, mentre più a sud, nel Texas, i Geto Boys stavano mostrando la strada ai conterranei, soprattutto con “Grip It! On That Other Level” (1989) ed il capolavoro “We Can’t Be Stopped” (1991), prima che Goodie Mob e OutKast deviassero il sound di tutto il dirty south verso un sentiero alternativo.

Con la morte di 2Pac e Biggie, che di fatto riazzerò molti degli sviluppi che la scena aveva assorbito fino a quel momento, anche il genere hardcore si vide vittima di un ridimensionamento: già con i doppi album “All Eyez on Me” (1996) e “Life After Death” (1997), i defunti artisti avevano scelto di esplorare nuove strade, più vicine ai gusti pop del pubblico, incoraggiati dagli imperi discografici di cui facevano parte, la Death Row Records e la Bad Boy Entertainment, che avevano visto nella nuova generazione di MTV – innamorata dei Take That e delle Spice Girls – un’opportunità per aumentare il numero di zeri agli introiti.

Sul finire del millennio, era ormai chiaro che l’hardcore si stava definitivamente archiviando: con “Big Willie Style” (1997) e “Willennium”, Will Smith stava letteralmente sbaragliando la concorrenza (i singoli “Men in Black” e “Wild Wild West” suonavano pop almeno quanto “No Scrubs” delle TLC), Eminem – spalleggiato da Dr. Dre - muoveva i suoi primi passi con l’inedito “The Slim Shady LP” (1999) e gli OutKast approfittavano della situazione per conoscere un successo planetario senza precedenti, grazie al singolo “Ms. Jackson”, tratto dall’acclamatissimo “Stankonia” (2000).

DMX, grazie ai suoi primi due album, “It’s Dark and Hell Is Hot” e “Flesh of My Flesh, Blood of My Blood”, entrambi del 1998, rappresentò quindi l’ultimo sussulto del genere hardcore, prima che quest’ultimo fosse definitivamente abbandonato dalle produzioni di prima fascia e relegato agli artisti con un bacino di pubblico più contenuto.

Oggi, con personaggi come Future e Drake che mantengono il mercato in una sorta di limbo oligarchico, l’hardcore è totalmente scomparso da radio e tv mainstream, mentre continua a vivere prospero nel circuito underground, il quale, tuttavia, rappresenta forse la giusta collocazione per un modo di fare musica “troppo vero” per i normali standard dell’ipocrita panorama discografico d’élite, che sa attirare i giovani e li convince a comprare i dischi, a discapito – però - dell’onestà e dell’autenticità. Chiamateci pure anziani, è un sincero orgoglio per noi.

 

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

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