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  • Categoria: Libri
  • Scritto da Matteo Da Fermo

Abbiamo letto ''Rap. Una storia italiana'' di Paola Zukar: ecco cosa ne pensiamo

paolazukar

Prima di iniziare dobbiamo fare un’importante precisazione: questo articolo non ha la pretesa di essere una recensione letteraria, in quanto non è di certo questo il luogo per farla, né tantomeno possiamo noi considerarci giornalisti. Credo sia importante specificarlo perché ormai il web dà la parola a tutti o, se vogliamo vederla in modo meno drammatico, possiamo dire che abbia mescolato un po’ le carte in tavola, sia dal lato di chi la musica la fa, che dal lato di che ne parla. Questo discorso è stato peraltro sviluppato egregiamente nell’opera di cui stiamo per parlare,ovvero Rap. Una storia italiana, il libro di Paola Zukar uscito il 23 febbraio per la Badini & Castoldi.

Questo testo - a differenza di Nuovo rap italiano. La rinascita di Luca Bandirali (edito nel 2013 per “Stampa Alternativa”) che aveva uno stampo più descrittivo – è un vero e proprio saggio. Uno di quelli che ci facevano studiare al liceo o all’università, ma questa volta il tema è di nostro interesse. Come ho detto prima, non sono di certo un critico letterario, ma non serve esserlo e non serve nemmeno entrare nel merito dei temi trattati per capire se si è di fronte a qualcosa di buon livello o di pessimo livello, e qui siamo vicini al primo caso.

Basti pensare che nelle recensioni di Amazon del libro, ne spicca una che lo aggettiva come “FONDAMENTALE”, rigorosamente in caps lock. Questa di per sé è una buona notizia, perché scrivendo “Rap. Una storia italiana”, Paola Zukar ha posto un punto fermo – non so se definirlo il più importante – nella bibliografia del rap italiano. In questo modo chiunque voglia, con atteggiamento propositivo o ostile, informarsi riguardo cosa è questo genere nel nostro belpaese può farlo in modo completo e serio. D’altronde, se ha deciso di parlarne anche Roberto Saviano, un motivo ci sarà.

La creatrice della Big Picture Mngmnt d’altra parte sa cosa vuol dire creare qualcosa di nuovo. Ovviamente non intendo dire che la manager di Fabri Fibra abbia fatto nascere il rap in Italia, sarebbe un’assurdità asserirlo, però non è assurdo dire che abbia saputo credere e spingere le giuste idee e i giusti artisti per creare qualcosa che non c’era a certi livelli nell’industria musicale italiana. Questo oggi ci sembra scontato, così scontato che molti vorrebbero tornare negli anni antecedenti a questa piccola “rivoluzione”, senza capire che il “problema” non è il rap nel mainstream – basta fare un salto fuori l’Italia per capirlo -  il problema è come la nostra patria si relaziona a questa situazione, sia per quanto riguardo le radio e tutti i mass media che per quanto riguarda, banalmente, gli italiani e il cosiddetto “popolino”.

L’autrice scrive: «Oggi, qui in Italia, il paradosso del fenomeno rap è che siamo in un Paese che ha accettato il rap suo malgrado, forse per noia o per mancanza di altre novità, ma che in fondo non lo vuole per come è o per come dovrebbe essere, proprio per una ragione di natura strutturale, storica, genetica. Non lo voleva per com’era e ancora non lo vuole per come dovrebbe essere. Ribelle e “fastidioso”, controverso e parallelo ai canoni della cultura dominante, su una strada tutta sua. Il peggiore difetto dell’Italia, per me, è essere un Paese fortemente ipocrita e falso, dove l’apparenza è tutto e la verità è un’altra».

E poi: «L’Italia, quella vera, vuole il rap ma solo nelle sue forme più digeribili, più assimilabili e presentabili, più innocenti e amichevoli, quando invece la sua natura è quella di essere scomodo, discusso e sempre nuovo, originale, tecnicamente irreprensibile. L’Italia “vera”, quella che esiste nei bar, nella provincia, nelle parrocchie, fa davvero molta fatica a decodificare, a interpretare, a tradurre, ad andare oltre la prima impressione delle cose, della storia, dell’arte, della realtà. È un Paese di pance, più che di teste».

Difficile non darle ragione. Il libro procede su questa linea, tra la critica – velata e non, come quando parla del fenomeno del ghostwriting, citando anche Fedez – e la cronistoria commentata. Il tocco in più è comprensibilmente uno, il punto di vista ovvero quello della storia personale di Paola Zukar. Ed è proprio questo quello che differenzia questa opera da qualsiasi altra: nessuno può parlare di certi argomenti come lei, avendoli vissuti e continuandoli a vivere. L’ascesa di Fibra Fibra, l’ascesa di Marracash, Sanremo, le radio, le tv: tutte branche proprie della vita professionale e umana della manager accomunate dall’ostracismo verso il rap in terra italica.

Usando ancora una volta le sue parole: «Il rap italiano ha bisogno, attualmente, di una saldatura con il sistema culturale, la stessa saldatura che ha consentito al cantautorato di fare il proprio percorso per quarant’anni e oltre. Senza questa saldatura, è troppo esposto ai capricci di chiunque, dai sedicenti «movimenti femministi» del sindacato invisibile agli alfieri dell’underground, dai programmatori delle radio ai giornalisti rock, fino agli interpreti di rap-pop.»

E continua: «ci troviamo ancora a trattare con una strana e persistente diffidenza da parte del mainstream, una sfiducia che deriva dalla scarsa conoscenza della cultura hip hop in sé e che costringe spesso gli artisti, paradossalmente i più giovani, a piegarsi ai canoni estetici della musica pop tout court.  Quindi teniamo presente che in queste fasi di luna piena emergerà molto probabilmente molta fuffa. È il momento in cui tutti cercano il successo e vogliono produrre altri Emis Killa e altri Fedez, nonostante siano loro stessi appena nati.»

Questa situazione è stata un po’ movimentata dall’avvento della tanto amata ed odiata trap, oltre che da una quasi “indigestione” da social, creando a volte figure a metà tra intrattenitori e rapper, ma portando comunque una maggiore, seppur altalenante, attenzione al rap. Non ci è dato sapere che dimensione prenderanno entrambe queste “correnti” ma sicuramente questo ascensore di attenzioni verso il rap e verso ciò che tende a questo genere, non farà che - ancora una volta - riscrivere il ruolo del rap italiano, come accaduto in passato e come accade per molte, se non tutte, le arti ciclicamente.

Il web, dicevamo, quel fantastico “luogo” che permette un po’ a tutti di parlare, compreso il nostro portale. Paola Zukar scrive a tal proposito: «Negli Stati Uniti sono molte le riviste on-line o i blog hip hop che sanno fare il loro lavoro. Qui da noi invece è piuttosto un copia-incolla dai Facebook degli artisti, nessun filtro, rare amplificazioni di idee, poco e niente. Ci provano noisey.com versione import e pochi altri siti, tipo fourdomino, ma il resto fa fatica ad avanzare e soprattutto a imporsi e a fare la differenza. Tutti gli altri minori copiano-incollano quello che già c’è: non aggiungono niente e non tolgono niente. Neutro, quando va bene.»

Con tutto il bene che voglio al rap italiano e a chi come l’autrice di questo libro cerca di portarlo sempre più in alto, non posso condividere queste parole. Se per quanto riguarda il 99% del libro non ho avuto assolutamente nulla da dire, su questo piccolo inciso, scrivendo io appunto per un portale che parla di Hip Hop, voglio e credo di poter dire la mia. Faccio un esempio banale: in una città c’è un Burger King ed un chiosco di hamburger a conduzione familiare. Il primo è sempre pieno, ha soldi per farsi pubblicità ed è in una migliore posizione; il secondo invece non ha soldi per farsi pubblicità, è un po’ fuori mano ma fa degli ottimi hamburger, di gran lunga migliori rispetto al concorrente. Magari rimarrà per sempre nell’ombra, ma oggettivamente, secondo il gusto di molti, fa degli ottimi hamburger, seppur non sia conosciuto tanto quanto l’avversario. 

Credo che questo discorso possa esser paragonato alla succitata dinamica. Senza nulla togliere ad ottimi portali come Noisey e Fourdomino, io credo che l’equazione non emergono=non sono di qualità, a priori, non stia in piedi. Basti pensare anche a Fibra, che prima della firma con la Universal non riusciva ad emergere, era sconosciuto a molti, ma già faceva musica di alta qualità.

Con questo non voglio definirmi di certo un creatore di contenuti di ottimo livello, ma mi impegno e studio anche per farlo e come me lo fanno altre decine di autori, miei colleghi e non; credo che non avremmo meritato una tale generalizzazione. Un ulteriore appunto che vorrei fare è riguardo il discorso relativo al rapporto portali hip hop e denaro. Nel libro è scritto: «Se non trovi mai nessuno che ti paga per quello che sai fare, significa forse che ciò che fai non interessa veramente al di là della cerchia di amici di Facebook. Lo offri perché puoi permetterti di non pagare le bollette: sul web chiunque raccoglierebbe volentieri qualche spolliciata e un po’ di attenzione, ma dopo mesi o addirittura anni, se continui a fare quella cosa gratis, lo puoi tranquillamente definire un hobby, non sei riconosciuto come un professionista.» 

Anche questa volta purtroppo voglio dire la mia e lo faccio raccontando un aneddoto. L’anno scorso ero alla prima di “Zeta – Il film”, peraltro a spese mie, e nel momento di intervistare gli attori un giornalista di un’importante testata di cui ovviamente non farò il nome, ha fatto una gaffe che non posso che definire imbarazzante. Lui con ogni probabilità era un giornalista professionista e non un semplice pubblicista, retribuito, io un semplice content editor ventiduenne, ma a conti fatti, io in quell’occasione fui molto più “professionista” di lui.

Questo per dire che a volte non tutti hanno il riconoscimento che meriterebbero, nella vita e in questo campo, ma finché anche gli stessi artisti e i loro team (solo alcuni per fortuna) continueranno a far passare un’intervista come un favore che loro concedono a noi e non viceversa, il mondo discografico sarà complice di questa situazione e non vittima, come potrebbe sembrare. E’ vero che c’è bisogno di soldi per spingere un sito e conferirgli una dimensione più “professionale”, ma qualora questi non ci siano, in un momento peraltro storicamente difficile come questo, non si è automaticamente portatori di poca serietà e poca qualità.

Eccetto questa mia piccola osservazione, il libro, nella mia modestissima e probabilmente insignificante opinione, non fa una piega. Rispetto tantissimo Paola Zukar, e credo si sia anche capito; volevo semplicemente precisare queste cose anche per chiunque sia “fuori dal giro” e stia leggendo queste righe, dato che certe dinamiche possono essere poco evidenti ai più. Concludendo, questa è un’opera da avere, a tutti i costi, per chi ama il rap ma anche per chi vuole interpretare l’Italia attuale con una lente diversa, la lente dell’hip hop. Un genere che, citando ancora una volta l’autrice, aggiunge «un senso artistico forte alla piatta e cruda quotidianità di qualsiasi parte del mondo.»

 

Matteo Da Fermo
Author: Matteo Da Fermo
"Quando ancora c'era qualcosa che avesse un senso non pensavamo ad entrarti da dietro noi pensavamo ad entrarti dentro" (Bassi Maestro).

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