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  • Categoria: Recensioni
  • Scritto da Klaus Bundy

Kendrick Lamar - DAMN (recensione)

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Valutazione attuale: 5 / 5

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È impressionante come un solo disco sia in grado di azzerare gli equilibri di un’intera scena musicale, scrivendone nuovi codici d’identificazione e stabilendo inedite norme di linguaggio, eppure si tratta esattamente di ciò che Kendrick Lamar sta facendo. Ancora una volta.

Dopo aver lasciato spiazzati pubblico e critica con il revivalistico “To Pimp a Butterfly” (2015), il messia di Compton è tornato sul palcoscenico per presentare al mondo la sua ultima creatura, “DAMN”, la cui complessità interpretativa va ben oltre la semplice e logica analisi testuale.

Gli addetti ai lavori sapevano di doversi aspettare qualcosa di grande, soprattutto in seguito all’uscita del singolo “Humble”, il cui videoclip già lasciava intendere che Lamar avesse in serbo un’ulteriore prova di maturità artistica, affiancando ad un singolo potente immagini scarne della tipica pomposità black – in linea col messaggio lirico – ma altrettanto forti, simboliche, come se il nostro avesse affidato ad Andy Warhol le chiavi della produzione visiva, cinquant’anni dopo l’esperienza del guru della pop art con i Velvet Underground.

Focalizzando l’attenzione sul disco, non è difficile rendersi conto del perché si sta parlando di un prodotto a sé stante: Kendrick dimostra più che mai di essere un artista impegnato socialmente, abile nel confezionare opere che possano essere apprezzate tanto dalle ali più apolitiche del suo pubblico quanto da chi, nonostante i tempi che corrono, è ancora convinto che l’hip-hop debba farsi carico del malessere collettivo, più o meno macroscopico.

Il figliol prodigo di Dr. Dre, d’altronde, ha raggiunto lo status di stella assoluta nello stesso periodo in cui Donald Trump è riuscito a farsi aprire le porte della Casa Bianca, e non è un caso che l’aspetto cosiddetto conscious – mai davvero trascurato, comunque – sia in questo album portato alla sua più eclatante sublimazione, facendo di esso non tanto un’opera d’intrattenimento, bensì un vero e proprio manifesto concettuale, un memorandum musicato che la comunità nera ha quasi il dovere morale di analizzare con attenzione, considerato l’immediato futuro che si prospetta.

Lamar parla di vita, morte, di paradiso ed inferno con la stessa efficacia di un pastore pentecostale: modula la propria voce come se si stesse muovendo su un registro colloquiale, ma le sue parole sono graffianti, fatali e non lasciano spazio all’equivoco; sono le parole di un giovane afroamericano cresciuto a pane e CNN, messo al muro dall’ennesimo governo repubblicano che non mancherà di tradire il mandato elettorale e nulla farà per appianare il dislivello razziale che, difficile a credersi, persiste senza soluzione di continuità negli Stati Uniti del XXI secolo.

Non mancano, certo, i momenti di respiro, nei quali l’ascolto cala di pretese e pare di essere catapultati nell’universo disimpegnato di un Drake qualsiasi, ma si tratta soltanto di una lesta illusione: a differenza dell’artista della Cash Money, Kendrick Lamar ha qualcosa di concreto da comunicarci, e anche le litanie di canadese memoria nascondono un solenne messaggio che non si compie all’inizio della traccia successiva, ma spingono chi ha prestato l’orecchio ad andare oltre la melodia, un nobile esempio di quella fusione tra estetica ed onestà intellettuale che a livello mainstream – ahinoi - sta diventando merce sempre più rara.

DAMN”, in parole povere, spicca per genuina originalità, ed ogni retto osservatore converrà sul fatto che non sia paragonabile ad alcun altro prodotto proposto dalla fertile industria discografica contemporanea: il passo lento ma altresì costante che caratterizza il percorso tracciato nei quattordici brani del disco si accosta naturalmente all’ossimorica “inquietudine calma” che i meno giovani ricorderanno forse tra le sinuose zone d’ombra della breve discografia dei Doors, un fil rouge volutamente paradossale che richiama in maniera intrinseca quello che per Lamar fu il titolo del lavoro che lo consacrò, due anni or sono, tra i più grandi della sua epoca.

Per i nostalgici più inconsolabili del rap che fu, quindi – abituati magari a ritmi più sostenuti e al vocabolario senza troppi fronzoli – questo long playing suonerà “diverso”, più vicino ai lidi psichedelici dell’allegoria piuttosto che al crudo vocabolario della strada, ma non per questo si tratta di un’opera di difficile comprensione, ed è proprio qui che risiede l’essenza del talento di Lamar: le sue parole – e così la sua musica – arrivano dritte al cuore e alla mente dell’ascoltatore senza sembrare scontate, richiamano l’attenzione di tutti e non lasciano mai indifferenti, in un contesto hip-hop che non perde mai contatto con il suo patrimonio genetico.

Se Kendrick Lamar si è davvero imposto come l’ideale trend setter di un intero popolo alla ricerca dell’identità perduta, possiamo tirare un piccolo sospiro di sollievo: almeno per un po’ di tempo, pare, saremo in buone mani.

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

Kendrick Lamar - DAMN (recensione) - 4.5 su 5 basato su 8 reviews

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