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  • Categoria: Eyes On The Game
  • Scritto da Klaus Bundy

Faith Evans pubblica ''The King and I'': tributo o speculazione?

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Quella tra The Notorious B.I.G. e Faith Evans non è mai stata una storia sana, nel senso più letterale del termine.

Fin dal principio, si è trattato in soldoni della sfrenata ed immatura passione di due amanti poco più che ventenni, resa iconica più dal contesto in cui ha avuto luogo che dall’effettiva epica dei sentimenti. Biggie, per quanto impareggiabile a livello professionale, aveva ben poco da insegnare in termini di savoir-faire nei confronti del gentil sesso, ed anche attraverso alcuni stralci della sua stessa musica è possibile captare il suo controverso modo di pensare a riguardo. Non ci va di assolverlo, per carità, ma prendiamo atto della non unicità della sua condotta, legata principalmente alle scadenti origini che, com’è noto a chiunque mastichi un minimo di psicologia, formano il carattere e le credenze dell’uomo.

Il figlio di Voletta Wallace era nato e cresciuto sulla strada, in quella Brooklyn - a cavallo tra gli anni ’70 e ‘80 – infestata dall’epidemia del crack e abitata da fuorilegge le cui mirabolanti gesta vengono ancora oggi raccontate e trascritte nei testi di qualche rapper nostalgico, testimone non necessariamente oculare delle vicende.

Il suo concetto dell’incontro tra universo maschile e femminile era prettamente carnale, di possessione, figlio di un machismo hip-hop mai davvero dissoltosi, e nonostante nessuno voglia sindacare sull’autenticità dei gioviali istinti che l’hanno legato per una manciata d’anni alla cantante R&B nativa della Florida, la stampa e i diretti protagonisti (quelli sopravvissuti) hanno forse ricamato una favola postuma eccessivamente romanzata.

Faith Evans, dal canto suo, ha alle spalle una storia altrettanto triste, ma la differenza tra lei ed il suo compianto marito è che lei non ha smesso di vivere, ed il tempo – si sa – può essere simultaneamente riformatore e deleterio.

La prima cosa che bisogna ricordarsi, ogni qualvolta s’imbastisce una conversazione oggettiva sulla relazione tra B.I.G. e Faith Evans, è che essa non fu praticamente mai monogama: mentre il rapper di Bedford-Stuyvesant, nell’agosto del ’94, metteva l’anello al dito della Evans, la selvaggia Lil’ Kim e la meno nota Charli Baltimore occupavano un posto già saldo nella sua vita, anche se questo non fu mai reso stabile ed ufficioso da alcun evento di rilievo. Faith fu certamente una moglie accondiscendente; era a conoscenza dei tradimenti del consorte, ed ella stessa seppe sfruttare furbescamente questo compromesso per tradire a sua volta, mentre – sullo sfondo – Puff Daddy limitava il proprio impegno a tenere alto il nome della Bad Boy presso il pubblico dell’epoca.

Nessuno saprà mai per certo se, tra le fugaci scappatelle della rossa di Lakeside ci fu anche quella – pubblicizzata all’inverosimile – con Tupac Shakur, ma la rilevanza di questo fatto è nullo di fronte agli argomenti e alle ragioni che stiamo portando avanti; certo, se Tupac avesse davvero dormito con la moglie del suo più grande rivale (come da lui orgogliosamente decantato) si tratterebbe di uno smacco a dir poco fatale, ma basta in realtà pensare agli impegni professionali che coinvolsero i due nel tardo 1995 (già in clima di forte tensione) per rendersi conto che la Evans ebbe sempre a cuore, in primis, la carriera, suggellata anche e soprattutto dalla sua vicinanza ai rapper più importanti sulla scena di quel particolare decennio.

Dal punto di vista strettamente artistico, infatti, Faith Evans non ha avuto la stessa carriera delle grandi del suo genere: parliamo senza dubbio di una performer dotata, di un soprano dal timbro serafico e facilmente riconoscibile, ma nessuno dei suoi dischi ha mai lasciato il segno, salvo qualche sporadica comparsata in classifica.

Oggi, a vent’anni dalla morte di Biggie, l’ormai quarantatreenne Evans ha scelto di giocarsi la carta del tributo, pubblicando su etichetta Rhino l’album “The King and I”, un’opera che suona – in realtà – celatamente autocelebrativa, nella quale un quasi amatoriale copia-incolla delle vocals più note di B.I.G. incontrano il sound R&B che credevamo di aver perduto alle porte del nuovo millennio.

Al di là della qualità dei contenuti, sui quali si dovrebbe forse scrivere una recensione a parte, vogliamo porre l’accento sulla natura del prodotto, concepito in un contesto tutt’altro che bonario ed avvelenato dalla fitta rete di malefatte trasversali che hanno caratterizzato un’unione ben lontana dalla sacralità.

Per alcuni anni, specialmente in quelli subito successivi alla morte di Notorious, si è parlato di questa storia d’amore con la stessa enfasi delle grandi storie del rock, quelle che hanno visto giovani belli e maledetti perire sotto il peso della fama, come nel caso di Kurt Cobain e Sid Vicious, alle cui spalle c’era sempre stata l’ombra oscura di donne ostinate e pronte a parassitare i propri uomini trovando giaciglio tra le pieghe della loro celebrità.

Non vogliamo paragonare Faith Evans alla ripugnante Nancy Spungen, ma qualche contatto con Courtney Love non è fuori luogo abbozzarlo: anche Faith, come la Love, aveva (e continua ad avere) una sua carriera indipendente, ma l’eredità lasciata prematuramente dal patriarca (non tanto in termini economici, quanto di popolarità) le hanno foraggiato una rendita sulla quale si specula continuamente ed abilmente nei momenti del bisogno, alimentando dissenso tra le ali più laiche dell’audience.

Non scordiamoci che nell’ultimo anno e mezzo della vita di Biggie, tra il rapper e sua moglie fu guerra aperta, mitigata soltanto dalla nascita del figlio C.J., durante la cui gestazione nel ventre materno i genitori già rivolgevano le proprie attenzioni altrove (la donna, pochi mesi prima della morte di B.I.G., aveva cominciato a frequentare il discografico Todd Russaw, presentatole da Missy Elliott); dunque, che Faith abbia improvvisamente riscoperto la santità di Biggie dopo il nefasto agguato del marzo del ’97, evangelizzando il verbo della loro vita insieme come se questa fosse uscita dalla penna di Shakespeare, convince soltanto chi vuole lasciarsi convincere.

La recente pace fatta con Lil’ Kim, poi, ha qualcosa di grottesco, ancor prima di essere misera: perfettamente a loro agio nella parte delle vedove allegre, le due fedifraghe hanno lasciato alle spalle i giorni in cui si contendevano l’osso sul ciglio della camera da letto, in un concerto di argenteria gettata per aria e costose automobili rigate impietosamente su entrambe le fiancate, presa ormai coscienza della sufficiente capienza del pozzo, dal quale entrambe possono attingere senza ritegno per allungare di qualche mese la loro rilevanza mediatica.

Sulla scarsa moralità di Lil’ Kim non ci dilungheremo troppo, e francamente avremmo potuto aspettarci anche di peggio, ma è frustrante riscontrare come sia lei che la sua più acerrima nemica di un tempo siano scese a patti con la mera convenienza, arrivando a sfruttare congiuntamente un nome che merita ben altro rispetto.

Di genuino, in tutta questa patetica pantomima, ci sia permesso di dire che pare esserci ben poco. Per chi non è interessato alle circostanze, invece, parlerà soltanto la musica.

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

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