facebook  twitter  instagram hiphoprec  google +  vimeo  YouTube  rss

Menu
  • Categoria: Eyes On The Game
  • Scritto da Klaus Bundy

10 anni di ''Graduation'': quando Kanye West rivoluzionò l'hip-hop

Kanye_West_Graduation

Pensare che “Graduation” di Kanye West abbia varcato la soglia del decennio, ammettiamolo, ci fa sentire tutti un po’ vecchi.

Non bisogna andare troppo indietro nel tempo, non è richiesta la comprensione di chi negli anni ’80 sfoggiava le Adidas e le collane d’oro dei Run-D.M.C., né di chi ha visto nascere, crescere e prosperare il movimento Dirty South, dai Geto Boys a Lil Wayne: l’ultima generazione di hip-hop heads, quella che oggigiorno combatte (o dovrebbe combattere) contro l’imbastardimento di una cultura troppo nobile per i suoi portavoce, sa che cosa “Graduation” ha significato per il frastagliato universo del rap.

Riportare le lancette dell’orologio al 2007, detto senza troppi fronzoli, fa male. Nei giorni in cui la possibile elezione di un cittadino afroamericano alla Casa Bianca era ancora un’opaca speranza ed il mondo si avviava ignaro verso il disastro economico della torrida estate ’08, l’hip-hop attraversava una fase di cambiamento, ben visibile anche ai meno accorti: mentre i giganti del genere, per i motivi più disparati, facevano quasi a gara a chi fosse più silente, un nuovo modo di fare musica rap si affacciava all’orizzonte, battezzato con ostinazione (ancora priva di spavalderia, all’epoca) proprio da Kanye West, l’ex impacciato producer della Roc-A-Fella diventato star.

Dopo aver colto la scena di sorpresa con gli echi revival dei suoi primi due album, i monumentali “The College Dropout” (2004) e “Late Registration” (2005), probabilmente nessuno avrebbe scommesso un dollaro sulla svolta elettronica del nostro, che una grande rivoluzione, a ben vedere, l’aveva già condotta con i precedenti capolavori.

In un ecosistema dominato dalla violenza (vera o simulata) e dalla competitività maschia e brutale, Kanye prese fin da subito a diffondere il suo verbo, non esattamente di stampo pacifista ma di sicuro posato, dichiarando laconico la sua volontà di rispostare il baricentro sul valore artistico della musica, senza trascurare il potere della parola (come avrebbe potuto, d’altronde, il figlio di una black panther?) ma senza farne nemmeno uno strumento di offesa verso il prossimo.

Ed è con lo straordinario successo di questo primo, audace esperimento culturale che West trovò il coraggio di portare avanti la propria causa, improntata alla restaurazione di un intero genere musicale (e non solo), proponendo – a due anni dal già citato “Late Registration” – il futuristico “Graduation”, di cui oggi possiamo parlare con precisa cognizione temporale.

All’epoca della sua uscita, infatti, furono in molti a pensare che “Graduation” suonasse troppo “diverso” rispetto ai canoni fino ad allora comunemente accettati, e a questi perplessi osservatori non si poteva dar torto: se l’apice dell’ambizione di ogni produttore, fino all’uscita della reboante “Stronger”, era quella di riuscire a raccapezzarsi con un sample di Marvin Gaye, è facile immaginare cos’abbiano pensato fans e beatmakers, quando si accorsero che Kanye era andato a scomodare perfino i Daft Punk per il suo primo singolo: ci si trovava di fronte ad un genio o un folle, senza dimenticare che le due cose - come la storia ha dimostrato in molteplici casi - spesso coincidono.

Le voci dei detrattori, tuttavia, furono fin da subito soppresse dagli elogi di chi aveva capito quale stupendo incastro melodico era stato portato a compimento: un intreccio tra “nuovo” e “vecchio” ai limiti della perfezione, il patrimonio di mezzo secolo di musica di ogni estrazione condensato e reso vivo nello spirito di un unico disco, forse progenitore di tutto quello che sarebbe venuto dopo, fino al tempo presente. 

Graduation”, insieme al long playing successivo di West, “808s & Heartbreak” (2008), stanno vivendo oggi – soprattutto il secondo – una riabilitazione storica che sorprende, ma dei quali effetti sulla fascia più giovane di ascoltatori è bene portare avanti un ragionamento sociologico; se Kanye West è stato in grado d’incarnare tutte le caratteristiche peculiari di un fenomeno, diventando un fenomeno egli stesso, allora dobbiamo valutare il suo personaggio nella misura in cui ha saputo farsi carico di un ruolo tanto importante, e a quest’ultimo proposito dobbiamo forse diagnosticare una punta di delusione.

Congiuntamente alla libera espressione musicale di cui “Graduation” è portatrice, infatti, anche la personalità di Kanye ha cominciato ad esprimersi in modo inedito, mostrando una tracotanza ed una sicurezza di sé (qualcuno la chiamerebbe semplicemente “arroganza”) in netto contrasto con l’umile cristiano che chiedeva a Cristo di mostrargli la via in “Jesus Walks”; da questo momento, Kanye avrebbe cominciato a vedere Cristo nello specchio, e ci sembra molto di vedere in questa metamorfosi l’orgoglio sordo delle attuali leve di fronte alla propria pochezza.

 

Klaus Bundy
Author: Klaus Bundy
"I came to overcome before I'm gone, by showing and proving and letting knowledge be born" (Eric B. & Rakim).

tu cosa ne pensi?

notizie che potrebbero interessarti

Log In

Log in with Facebook

Password dimenticata? / Nome utente dimenticato?